Davide Cervellin: Se valorizzi i disabili a “saper fare” li rendi competitivi nella vita

Nato a Asolo, Davide Cervellin ha 58 anni e da 30 anni è presidente ed amministratore di Tiflosystem.

LOREGGIA. Ama la magia dell’alba, quando la campagna è ancora sospesa tra il buio e la luce, e si può sentire il respiro del cane che tiene il passo, lo scricchiolare delle foglie secche sotto i piedi, il soffio del vento che accarezza un albero. Ama iniziare la giornata così, Davide Cervellin. Camminando sull’argine del Muson dei Sassi che da Loreggia punta su Castelfranco Veneto, quando la luce, all’orizzonte, lentamente, con dolcezza, accarezza e dà forma alle colline asolane. Immaginando, passo dopo passo, la campagna che si sveglia, inseguendo il profumo di un fiore, ricomponendo ricordi sgualciti dagli anni, aggrappandosi ad una vita che non gli ha risparmiato nulla, ma che non l’ha né piegato né vinto.

Non chiamatelo “non vedente”, non giocate con le parole, con Davide Cervellin. “Cieco” va bene. “Orbo”, alla veneta, ancora meglio. Una retinite pigmentosa l’ha sorpreso sedicenne, nell’età della luce e dei sogni. E lui ha risposto con testa e cuore, tenendo dritta la schiena, inventando macchine che fanno parlare i libri, tastiere che permettono di leggere e di scrivere, tablet e smartphone che rispondono al tatto. Li ha immaginati e costruiti per sé e per quanti non si piegano al buio degli occhi, e che magari trovano la forza di cogliere, nelle ruvide pieghe della disabilità, una sorprendente opportunità.

Possibile, Davide Cervellin?
Sì, possibile. La vista è un senso che ti permette di giudicare, di muoverti, di essere autonomo. Non averla, porta ad un bivio: cadere nella depressione o sfruttarne le opportunità.

Lei non ha avuto dubbi.
Forse perché sono un inguaribile ottimista. Anche su aspetti che sembrano secondari.

Ad esempio?
Beh, magari mentre sto parlando, lei sta facendo una smorfia. E questo condizionerebbe il mio approccio positivo ed entusiasta. Quindi, in certe cose il non vedere aiuta. Con questo non voglio dire che è meglio.

Qual è stata la sua opportunità?
Può un cieco mettersi davanti una tastiera e diventare un programmatore? Ancor oggi qualcuno risponderebbe di no, che non è possibile. Ed invece, tanti anni fa uno scienziato dell’università di Stanford, in California, inventore del transistor, per aiutare la figlia cieca costruì una macchinetta che trasformava in rilievo i contorni dei caratteri, dando la possibilità di leggere con le dita quello che le persone vedevano con gli occhi.

Allora?
Grazie a questa macchinetta, il dottor Giovanni Zanichelli, allora direttore dell’Ibm di Bologna, volle provare ad aprire ai ciechi il corso di programmatori. Io allora studiavo giurisprudenza, ed ero lontanissimo dal mondo dell’informatica. Tuttavia partecipai alla selezione, che consisteva in un test di logica di serie numeriche. Venni scelto, e alla fine del corso trovai subito lavoro alle Assicurazioni Generali di Mestre. Era il 31 luglio 1981.Che ricordo conserva?Di un’esperienza durissima. Abitavo ad Asolo, e ogni mattina facevo un bel tratto di strada a piedi per prendere la corriera che mi portava a Castelfranco. Da lì prendevo quella per Mestre, per poi raggiungere a piedi il Centro Dati a Ca’ Marcello. Ma il grande problema era dove mettere il cane mentre lavoravo.Dove lo metteva?Sotto la scrivania, per quattro, otto ore, finché finivo. Era tutto difficile, però c’era la forza del ventitreenne, la voglia di sfidare la condizione di disabilità, di dimostrare che potevo e ssere un lavoratore come tutti gli altri.

Fu così?
La logica non mi mancava e neppure la capacità di analisi. Diciamo che conquistai un mio ruolo e mi vennero affidati dei programmi. Tutto a caro prezzo, dimenticando l’orario di lavoro. Tant’è che spesso perdevo anche l’ultima corriera e dovevo tornare a casa in taxi. C’erano mesi che il taxi mi costava più di quanto guadagnavo.

Il rovescio della medaglia?
Venni assunto prima come programmatore, poi come analista, ed entrai nelle discussioni dove si decidevano i programmi. In uno di questi incontri il direttore mi disse di aver saputo che in Inghilterra c’era uno strumento più veloce di quello che usavo io. Chiesi subito di provarlo. Potrei lavorare in maniera più efficiente, osservai.

Glielo comprarono?
Sì, il primo terminale braille in Italia lo comprarono le Generali per farmi lavorare in maniera più produttiva. E naturalmente me ne appassionai.

Non era, allora, l’unico record personale.
No. L’altro, ancora imbattuto, è di essere stato a Treviso, a soli 19 anni, il più giovane presidente dell’Associazione Ciechi. Fu un’esperienza preziosa, che mi permise di viaggiare molto e di vedere come alcuni Paesi – la Germania, la Svezia e la Norvegia – affrontavano i temi della disabilità. Organizzai anche un convegno a Treviso, con una mostra che presentava le maggiori novità informatiche, soprattutto americane. L’iniziativa attirò l’attenzione dell’Unione Ciechi, che mi chiese di mettere a frutto questa esperienza per creare un servizio nazionale di consulenza.

Accettò?
Sì. Chiesi un’aspettativa di sei mesi alle Generali, ma mentre stavo per partire per Roma, il presidente nazionale dell’Unione fuggì con una donna di trent’anni più giovane.Beh? Quell’uomo era il mio riferimento, quello che mi aveva voluto. Ero tentato a rinunciare, ma alla fine partii.

Come andò?
Male. Io volevo avviare un servizio tecnico, loro immaginavano uno strumento politico.

In che senso?
Basti un episodio. Un giorno dei ciechi siciliani mi telefonarono, chiedendomi dei consigli. Naturalmente risposi. Due giorni dopo mi chiamò il nuovo presidente. «In Sicilia sono imbufaliti – mi disse – perché hai dato la mano ad un’associazione concorrente». Dopo due-tre episodi di questo tipo sono tornato a casa, al mio lavoro alle Generali.

Sconfitto?
Macché. Nelle settimane successive ricevetti decine di telefonate da persone che volevano una consulenza, un consiglio. Capii allora che c’era uno spazio. Prima chiesi al mio capo se mi dava delle mansioni superiori, di più responsabilità, e al suo diniego mi licenziai. Con una convinzione: le soluzioni tecnologiche che avevo trovato potevano far lavorare meglio altre persone disabili.

Così si mise in proprio.
Sì, 31 marzo 1987 fondai la Tiflosystem. Erano tempi in cui si andava in giro con il cacciavite, a smontare computer, sfilare delle schede per collegare le interfacce, per far parlare i computer.

Poi?
A fine anni Novanta eravamo arrivati a 100 milioni di fatturato. Mia moglie Lucia lasciò la società di software per le banche dove lavorava, e venne a darmi una mano. Lanciammo nel 1994 il primo progetto di robotica in Italia, con un’unità mobile – un camper – chiamato Lusi.

L’idea?
Che la casa dovesse evolversi con l’età dei suoi abitanti. Un giovane ha certe esigenze, un anziano altre. Ad esempio, di un ascensore, di una porta che si apre automaticamente… Girammo l’Italia: da Ortisei a Courmayeur, da Trieste a Trapani a Marsala. 130 tappe: un’esperienza grandiosa di conoscenza. Peccato per un dettaglio: non avevamo una rete commerciale in grado di far fronte alla pioggia di richieste che ci sono subito piombate addosso.

Arriviamo all’oggi, Cervellin: come si sta realizzando il suo sogno di aiutare chi non vede?
Abbiamo affinato tecnologie e offerto nuovi strumenti ai disabili, fatto formazione nelle scuole. In tutto questo avevo come punto di riferimento mia moglie Lucia, compagna di vita e di lavoro, scomparsa cinque anni fa. A lei è dedicata la Fondazione che promuove iniziative di sensibilizzazione sul significato della multisensorialità.

Concretamente?
Mi limito a due esempi. Un filmato, tre anni fa, quando è scoppiato il caso dei falsi invalidi. La Guardia di Finanza li filmava per strada, pensando che fossero degli imbroglioni.

Non era così?
Abbiamo raccontato venti storie di ciechi che stiravano, cucinavano, aggiustavano la bicicletta, ma non per questo erano dei falsi invalidi. Erano ciechi. “Non siamo speciali, siano normali”, abbiamo titolato il filmato, inviato a tutti i comandi della Guardia di Finanza.

Il secondo?
La scuola per ciechi. Se valorizzi le potenzialità di un bambino disabile lo rendi competitivo nella vita. Se lo lasci nell’ignoranza, resterà un disabile per sempre.

Le città, Cervellin, si stanno illuminando con le luci del Natale. Lei come vive questo tempo?
Non attribuisco nessun valore a tutto quello che è esteriorità commerciale. Per me il Natale è rinascita, e quindi non mi faccio distrarre dalle luci, dagli addobbi. Vivo questo tempo con un approccio quasi pagano. E’ un giro di boa: i giorni si accorciano, cammino più tardi, e il tutto mette malinconia. Natale è il tempo in cui hai una svolta, un segno che vai verso la luce.

Come immagina, invece, la sua vecchiaia?
Posso dire come la vorrei.

E come la vorrebbe?
Nel ruolo che la civiltà contadina affidava a chi non aveva più l’efficienza del fare: diventare un vecchio saggio, quello che a volte con le sue storie allieta i bambini. Perché in questo divenire, l’immortalità è il sapere che c’è la prosecuzione della specie. Che hai figli che fanno figli.

Un circuito che sembra essersi spezzato.
Già. Mio nonno si sedeva accanto al pilastro del portico, e noi bimbi rimanevamo a bocca aperta a sentire le storie della guerra in Libia. Era una cosa bellissima, che oggi manca. Le generazioni non le colleghi con lo smartphone. Ecco, quello che non accetto di questo mio tempo è la rottura dei legami intergenerazionali. E’ una cosa devastante.